10 ragioni per dire no al nucleare

13 febbraio 2010 | Di redazione | Categoria: Dal Senato, Interventi in aula e in commissione, Notizie

“Lo schema di decreto risulta ben articolato, a testimonianza dell’esistenza nella nostra amministrazione di valide competenze e di alte conoscenze dell’industria nucleare. E tuttavia è allo stesso tempo pesantemente lacunoso, in quanto sorvola sull’esigenza di maggiore trasparenza e condivisione del processo decisionale sul nucleare: un aspetto richiesto dalla Comunità Europea e dagli altri organismi internazionali, oltre che dalla nostra Costituzione. Il decreto, inoltre, suppone ottimisticamente l’invarianza dei costi per lo Stato, mentre non chiarisce affatto i benefici attesi. Infine, non viene risolto l’annoso problema italiano del deposito delle scorie, condizione indispensabile per procedere su qualsiasi programma nucleare.

Entrando nel dettaglio, ecco le ragioni per votare contro questo decreto:

1. L’articolo 3 richiede che sia definita la “Strategia del Governo in materia nucleare”: una strategia che non dovrebbe essere del Governo ma del Paese, come sempre è stato. L’uscita del nucleare passò per una Conferenza dell’energia tenutasi nel febbraio 1987, per un referendum consultivo del novembre 1987, dove votò il 65% degli aventi diritto con l’81% di no, e un Piano Energetico Nazionale, approvato nell’agosto 1988: da allora, la normativa richiede sulle questioni ambientali e della salute un ampio coinvolgimento della popolazione, che invece questo provvedimento non contempla.La strategia nucleare dovrebbe essere definita anticipatamente ad una legge delega e al successivo decreto legislativo, non dopo avere definito, di fatto, gli indirizzi. Il comma 2 dell’articolo 3 stabilisce che tale strategia sarà parte integrante del più ampio Piano energetico nazionale (che era richiesto dall’articolo 7 del decreto di legge 25 giugno 2008 numero 112, convertito in legge 6 agosto 2008 numero 133). Ma il Piano nazionale, la cui approvazione era prevista entro i sei mesi successivi all’approvazione della legge, ovvero all’inizio del 2009, non è mai arrivato, mentre il Governo nell’agosto 2009 riapre di fatto al nucleare. Dunque, se non è stata ancora definita né approvata la Strategia energetica generale, figuriamoci se possiamo aspettarci entro tre mesi quella nucleare.

2. Viene confermata la tipica confusione italiana che ci è appena stata attribuita dall’Agenzia Internazionale dell’Energia (AIE) lo scorso 3 febbraio 2010: critiche rilevanti, in quanto il nucleare, come anche previsto dallo schema di decreto in questione, fa parte di regole fissate dalla stessa AIE, con la sua diramazione, l’Agenzia per l’energia nucleare dell’OCSE.

3. La strategia nucleare dovrebbe chiarire alcuni concetti che nello schema di decreto sono solo accennati, in particolare i supposti vantaggi di tipo economico e ambientale; ma se questi non sono chiariti prima, su quali basi si decide di andare avanti sul nucleare, con un decreto legislativo che di fatto lo attua? Nelle attuali condizioni di mercato, ben diverse da quelle del passato in cui un solo monopolista era garantito dallo Stato, le imprese che investono sul nucleare devono essere garantite nel prezzo di vendita da consorzi di acquisto, come accade in Francia e in Finlandia. Sarebbe il caso, prima di intraprendere questa strada, che il Governo chiarisse se questa garanzia ci sarà o se si corre il rischio che eventuali investimenti, che si rivelassero poi troppo alti, come probabile, si scarichino sulla tariffe pagate dalla collettività, come già oggi avviene per gli oneri di sistema e le questioni irrisolte del nucleare passato (attualmente circa 500 milioni € a carico dei consumatori ogni anno per il nucleare, mentre in passato abbiamo già pagato oltre 10 miliardi di €). Ogni famiglia paga infatti sulle tariffe elettriche 0,22 €/kWh per gli oneri nucleari, poco meno di quanto va alle fonti rinnovabili, quelle vere. Il Governo ha partecipato inoltre alla giornata di Confindustria dello scorso 20 gennaio, in cui ENEL ha cercato di raccogliere impegni da parte dell’industria: è possibile sapere qualcosa sull’argomento? Il Governo dovrebbe poi chiarire come intende affrontare i problemi di politica industriale del Paese, dato che sta spianando la strada ad ENEL, la società dominante, mentre le altre società del nostro mercato, che faticano a raggiungere assetti competitivi, rimarrebbero escluse o penalizzate.

4. La legge delega 99/2009 al comma 6 sostiene che nell’attuazione dell’articolo, ovvero con la riapertura del nucleare, non si devono avere nuovi oneri per le casse dello Stato e che si provvede con le risorse disponibili a legislazione vigente. Si capisce dunque perché il Ministero dell’Economia non abbia ancora espresso il suo parere: è impossibile sperare che, come sostiene invece la relazione tecnica, dall’attuazione della legge non derivino maggiori oneri. Tra l’altro occorreva stimare le spese per la copertura assicurativa contro i ritardi, praticamente sicuri vista l’esperienza degli altri Paesi, e per le spese delle campagne di sensibilizzazione. Soprattutto occorre chiarire che non si tratta di un gioco a somma zero, ovvero che i costi del nucleare, se non li sostiene direttamente lo Stato, li dovranno comunque sopportare i consumatori, le imprese e le famiglie, con maggiorazione dei prezzi e delle tariffe. Già oggi l’Italia ha prezzi dell’energia più alti del 20-30% rispetto agli altri Paesi europei, anche a causa di scelte sul sistema elettrico troppo affrettate. Sperare che il costo del nucleare sia ampiamente inferiore ai costi del ciclo combinato a gas, o del carbone con cattura e stoccaggio della CO2, è assolutamente velleitario.

5. Per quanto riguarda gli aspetti economici, occorre ricordare che l’Italia è l’unico Paese al mondo che, dopo aver deciso di uscire dal nucleare, oggi vorrebbe rientrare addirittura con 4 centrali. Nel frattempo abbiamo appena completato la ristrutturazione del mercato energetico più importante tra i Paesi industrializzati, con la realizzazione di 30mila MW a gas ciclo combinato: nessuno ha fatto altrettanto in Europa per la CO2. Sul fronte del nucleare, solo Francia – che ne ha già più di 50 – e Finlandia, che ne ha un’altra, stanno costruendo una centrale. In Italia si ripartirebbe da zero, mentre ancora stiamo pagando i costi dell’uscita dal nucleare: una scelta inconsueta.

6. I progetti di sfruttamento del nucleare, come richiesto dagli organismi internazionali, si devono basare sulla completa integrazione, dall’approvvigionamento fino al deposito delle scorie radioattive; un approccio correttamente adottato nello schema di disegno di legge. Tuttavia circa il deposito delle scorie, l’Italia negli ultimi vent’anni non è stata in grado di realizzarlo per le vecchie centrali chiuse dopo il 1987, il che fa ritenere altamente improbabile una soluzione del problema nel futuro immediato. È impensabile ritornare al nucleare se prima non si dimostra di essere in grado di attivare il deposito delle scorie, l’indispensabile anello finale della catena. La Commissione Europea nel 2004 ha stimato un costo complessivo dello smaltimento delle vecchie centrali pari a 4 miliardi €, senza avere nel frattempo individuato il sito per il deposito e dunque calcolato le spese di realizzazione.

7. Per quanto concerne lo smaltimento dei rifiuti nucleari, la Comunicazione della Commissione Europea COM (2008) 903 “Disattivazione degli impianti nucleari e gestione dei rifiuti radioattivi…” critica pesantemente l’Italia per i ritardi e per il fatto che non si possono definitivamente quantificare i costi – comunque superiori ai 5 miliardi € – finchè non si avrà un sito. Le critiche riguardano anche il mancato coinvolgimento delle popolazioni nel dibattito. Come è possibile pensare di riaprire al nucleare se non abbiamo ancora uno stoccaggio per le vecchie centrali?

8. L’Agenzia nazionale per la sicurezza nucleare, prevista dalla Legge sviluppo 99/2009 all’articolo 29, nello schema di decreto è chiamata a svolgere un ruolo fondamentale: ma il suo Statuto non è ancora approvato, registrando un forte ritardo sulla data ipotizzata al 15 novembre 2009. Non solo, ma quanto previsto dalla legge con la nomina diretta da parte del Governo, è in netto contrasto con quanto richiesto dalla proposta di nuova Direttiva per la sicurezza nucleare, che richiede l’indipendenza degli organi di sicurezza. Come in tutti i Paesi dove il nucleare è da tempo sfruttato infatti, la nomina dovrebbe essere fatta dal Parlamento, non dal Presidente del Consiglio. Oltre ai ritardi nel suo avviamento, l’Agenzia sembra già sottodimensionata in partenza, con un limite di 100 unità posto per limitare i costi, che è irrealistico per lo svolgimento della sua attività.

9. Lo schema di decreto dà criteri generali per l’individuazione dei siti più idonei, sia per lo stoccaggio delle scorie che per gli impianti; si tratta di una elencazione corretta, ma non di una procedura nuova: nella sostanza sono gli stessi criteri utilizzati da decenni nella ricerca di siti idonei sul territorio italiano, per cui i siti sono sempre quelli, già in parte anticipati, o quelli dove esistevano prima centrali. Inutile vendere questo schema di decreto come un procedimento nuovo. Tra l’altro, la grande dimensione degli impianti di 1600 MW, obbliga necessariamente a collocare le centrali sulla costa italiana per necessità di grandi volumi di acqua.

10. Circa quest’ultimo punto, appare quantomeno paradossale che non si sia ancora aperto un dibattito pubblico, mentre a livello locale si è registrato prevalentemente ostilità. La normativa europea recepita nel nostro ordinamento, circa la protezione della salute umana e sull’ambiente impone la condivisione e la trasparenza dei problemi ambientali e non certo tentativi di soluzione con decisioni del Governo. Del resto, lo stesso schema di decreto prevede iter autorizzativi con Valutazione di Impatto Ambientale e Valutazione Ambientale Strategica, entrambe procedimenti che richiedono ampia condivisione”.

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